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Trent'anni fa mio padre mi ha messo in mano un cacciavite.
Non un manuale. Non una lezione. Un cacciavite, punto. Davanti a noi una macchina da cucire aperta, ingranaggi e placche a vista, e lui che mi guarda e dice: "Guarda dove metti le viti."
Tutto qui. Nessuna spiegazione su come si muovesse la spola, nessun disegno tecnico, nessuna teoria da mandare a memoria. Solo lui, io, quella macchina smontata sul tavolo e una frase che all'epoca mi sembrava quasi banale.
Non lo era.
Ci ho messo anni a capirlo, in realtà. Perché quando sei ragazzino e tuo padre ti dice "guarda", tu guardi sì, ma con la testa da un'altra parte — pensi a quando hai finito, a se hai fatto bene, a fare in fretta. Guardare per davvero, quello, l'ho imparato dopo. Con le mani sporche di olio e qualche errore alle spalle, che oggi mi guidano nella riparazione professionale di macchine da cucire nel mio laboratorio a Correggio.
La prima volta che ho smontato un meccanismo per conto mio ne ho persa una. Di vite, dico. Piccola, stupida, di quelle che si nascondono sotto la placca frontale, dove non dovrebbero stare. Due ore. Due ore a cercarla sotto il tavolo, a maledirmi, a chiedermi come diavolo si fa questo mestiere se non riesci nemmeno a tenere traccia di una vite da tre soldi.
Non l'ho più persa, quella vite. O meglio — non ho più perso quel tipo di attenzione. Perché è lì che sta il punto: non è la vite in sé, è quello che ti insegna a perdere una vite. Ti insegna a rallentare. A guardare due volte prima di mettere le mani dentro un meccanismo che non conosci ancora bene, l'approccio metodico che applico quotidianamente su ogni modello, dalle Singer alle PFAFF, fino alle Yuki.
Ancora oggi, quando apro una macchina da cucire che non ho mai visto — e dopo trent'anni ne capitano ancora, eccome se ne capitano, ogni marca ha i suoi vizi — la prima cosa che faccio non è prendere l'attrezzo. È fermarmi.
Guardo. Capisco com'è costruita prima ancora di toccarla: dove passa il filo, come è regolata la tensione, che tipo di trasporto ha sotto l'ago.
Sembra una cosa piccola, lo so. Ma è la differenza tra chi ripara e chi capisce cosa sta riparando. I libri e gli schemi tecnici ti danno le sequenze giuste, le procedure. Utili, per carità. Ma certe cose — il fiuto per capire dove sta il problema vero prima ancora di svitare la prima placca — quelle non te le insegna nessun manuale. Te le insegna il tempo. E qualche vite persa lungo la strada.
Potrei dirvi che ormai ho visto tutto. Non è vero. Ogni tanto arriva una macchina che si comporta in modo che non torna con nessuna logica che conosco — un punto che salta senza motivo, un rumore che non dovrebbe esserci — e per un attimo torno quel ragazzino con il cacciavite in mano che non sa bene da dove iniziare.
E va bene così. Anzi — credo sia proprio quello il segreto, se di segreto si può parlare: non pensare mai di sapere già tutto. Guardare ogni macchina come se fosse la prima.
Se la tua ha un problema che ti sembra irrisolvibile, uno di quei guasti che magari qualcun altro ti ha già detto "non c'è niente da fare" — clicca qui per contattarmi telefonicamente o portamela in laboratorio. Ci mettiamo a guardarla insieme, con calma, come mi ha insegnato mio padre trent'anni fa.
Magari non è più complicata di una vite persa. Solo che nessuno, ancora, si è fermato abbastanza a cercarla.
Se hai una macchina da cucire ha bisogno di mani esperte, portala nel mio laboratoro, siamo a Correggio in Via Gobetti, 8.
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